Come si costruisce il ritratto di una persona — non chi è, ma come lavora — in modo onesto e utile.
Village è la piattaforma che Giobi sta costruendo: dare a ciascuno il proprio agente AI, con una memoria vera e persistente — non un assistente che riparte da zero a ogni conversazione, ma qualcosa che ti conosce e cresce con te. Una comunità di agenti, ognuno legato alla sua persona.
Ma qui casca subito un problema. Un agente con tanta memoria, se non sa con chi ha a che fare, resta il solito assistente generico: educato, competente, intercambiabile. Per diventare davvero tuo deve tararsi su di te. E per tararsi, deve prima conoscerti. Non i tuoi dati anagrafici — il tuo modo.
Questo pezzo del progetto si chiama fishbowl.
Non «Mario, 45 anni, project manager». Ma: come chiede le cose, come corregge quando sbagli, come decide, dove si blocca, cosa lo fa sentire padrone di uno strumento e cosa invece lo respinge. Quanto vuole essere guidato e quanto lasciato correre. Se vuole un esecutore o qualcuno che lo contraddice.
Lo chiamiamo taratura nel senso degli strumenti: la calibrazione fine che fa la differenza tra una misura giusta e una sbagliata. Una volta scritta, l'agente la legge e cambia comportamento di conseguenza — con uno va dritto al punto, con un altro propone e aspetta, con un terzo non dà mai nulla per scontato.
Il foglio bianco (cold-start). Nel momento in cui conosci una persona, sai di lei pochissimo — ed è proprio quando ti servirebbe la prima taratura. Non puoi dedurre da mesi di lavoro insieme ciò che non è ancora successo.
Lo specchio bugiardo (self-report). Se glielo chiedi, una persona ti dirà di sé cose spesso false in buona fede: «sono diretto» e poi scrive papiri, «decido a istinto» e poi tergiversa per giorni. Quel che conta non è tanto cosa dice di sé, ma come lo dice mentre lo dice.
Ne segue una convinzione che è tutta da discutere con voi: la taratura non si dichiara, si osserva.
Nessuna singola fonte ti dà il quadro. Una persona ha strati, e ognuno si legge da una parte diversa. Questa è la prima mappa — grezza, da bucare insieme.
| Strato | Cosa contiene | Dove si legge |
|---|---|---|
| Fatti | ruolo, obiettivi, contesto | intervista, calendario, strumenti di lavoro |
| Voce | come scrive, il suo registro | email, scritti pubblici, documenti suoi |
| Rete | con chi lavora, le dinamiche | email, calendario, relazioni |
| Stile con l'agente il cuore | come prompta, corregge, decide | la sua storia con altre AI; poi l'uso quotidiano |
| Personalità | l'impalcatura caratteriale | profili strutturati, note vocali, conversazioni |
Nota: il nome «fishbowl» tiene insieme le due metà — osservare e simulare. La vasca dove guardi i pesci, e dove li fai anche muovere per vedere cosa succede.
Tutto questo cammina su un filo, con un precipizio per lato. Da una parte la schedatura: una persona ridotta a una scheda, ingabbiata in cinque etichette, osservata senza consenso né cura. Dall'altra l'impressionismo: un ritratto che suona bene, non predice niente e non serve a nessuno.
Tenere il filo significa rispondere a due domande che non so tenere insieme da solo. Ed è qui che entrate voi, come i due poli opposti che mi servono.
L'agency, l'intercorporeità, il sentirsi padroni di sé davanti a una macchina. Il guardiano della domanda scomoda.
L'occhio di chi un profilo lo deve rendere utile e difendibile, e che misura tutto su ciò che impatta davvero su chi sta davanti.
Da soli, saremmo o filosofi senza metodo o profilatori senza coscienza. Insieme, forse, la cosa giusta.
Non c'è niente di deciso, ed è voluto: il momento giusto per chiamarvi è adesso, prima che il metodo si irrigidisca. Possiamo fare un giro a due — io e ciascuno di voi sul suo terreno — oppure aspettare di incastrare le agende e farla a tre con Giobi. Che poi, se ci si pensa, una conversazione a tre osservata mentre ci si ragiona è letteralmente una fishbowl nel senso vecchio del termine.
Quando volete, nei vostri tempi. Anche solo per dirmi che una di queste domande è mal posta.